di Nino Dellisanti

Aikido e genere femminile: una questione pratica, non ideologica

Se il tema del calo dei praticanti viene spesso affrontato in modo astratto, la questione della scarsa presenza femminile nei dojo e nello specifico nei corsi adulti, merita uno sguardo più concreto. Non perché le donne rappresentino una “categoria da attrarre”, ma perché la loro assenza, o la loro difficoltà a restare, è un indicatore sensibile della qualità reale dell’ambiente di pratica.

Dire che “le donne non si avvicinano all’Aikido perché è duro o troppo impegnativo” è una spiegazione semplice, ma poco fondata. Le donne praticano discipline fisicamente e psicologicamente esigenti, anche molto più dure dell’Aikido. Il punto non è la fatica. Il punto è il contesto.

Il primo nodo: la sicurezza percepita nel dojo

Per molte donne, la domanda decisiva non è “ce la farò?  ma: “Questo è uno spazio sicuro per me?
Sicuro non solo fisicamente, ma in primo luogo relazionalmente.
Questo implica confini chiari nei contatti, l’uso di un linguaggio rispettoso, la totale assenza di ambiguità di ruolo e, in ultimo ma non ultimo, una gestione esplicita delle dinamiche di potere.

Dove questi elementi sono lasciati alla dimensione implicita (non è necessario dirlo, perché è già così !), la pratica smette di essere neutra e diventa selettiva.

Il secondo nodo: una didattica pensata su un corpo unico

In molte situazioni di pratica la didattica è costruita, senza malizia, su un corpo maschile medio: forza, altezza, struttura, modalità di contatto.
Le donne si adattano, compensano, tacciono… finché se ne vanno.
Quelle che rimangono, ed è importante chiarirlo, non rappresentano chi se n’è andata.

Il sistema seleziona, non necessariamente educa.
Una didattica realmente inclusiva non “semplifica”, ma è tale se spiega di più, varia di più, legittima domande e differenze.
Si deve inoltre comprendere che questo migliora la pratica di tutti, non solo delle donne.

Il terzo nodo: il silenzio

Spesso non ci sono conflitti aperti. Ci sono silenzi.
Silenzi su:

– disagio
– fastidio
– cofusione
– sensazioni corporee

Il silenzio non è armonia. È spesso adattamento forzato.
Un dojo che non prevede spazi minimi di parola, anche informali, chiede alle persone di “stare dentro” senza strumenti. Non tutti e tutte possono o vogliono farlo.

Cose concrete da fare (subito)

Senza riforme epocali, senza snaturare nulla si tratta di chiarire esplicitamente regole e confini.
Và sottolineato il tema del contatto e del rispetto ed è necessario osservare chi resta ai margini (e perché).
Al livello dell’insegnante ci si deve interrogare sul proprio stile di insegnamento ed essere pronti ad ascoltare, senza difendersi subito.

Non sono concessioni. Sono atti di responsabilità educativa.

Perché partire dalle donne

Perché un dojo in cui una donna può praticare con continuità, sentirsi sicura e crescere, è quasi sempre un dojo più maturo ed attento.
E quindi più abitabile anche per giovani, principianti, persone “non allineate”.

Non si tratta di “fare Aikido per le donne”.
Si tratta di verificare se l’Aikido che proponiamo può essere abitato anche da loro.

Se la risposta è no, il problema non è il genere femminile.
È il dojo.