di Luana Keikō Sasselli
Senshin Dojo – Cesena
Ho iniziato a praticare Aikido per sbaglio. È stato uno dei migliori sbagli che abbia mai fatto.
Pieno lock down. In un momento di introspezione decido di riprendere con le arti marziali dopo 15 anni di fermo.
Navigando sul web mi imbatto nel curriculum di un insegnante di Aikido nella mia città: sulla carta mi trasmette la serietà che stavo cercando, ma… cos’è esattamente questo “Aikido”? Non ne avevo mai sentito parlare e, nella mia ignoranza, lo immaginavo simile al Kendo.
Nel 2020 non si poteva praticare al chiuso; vado quindi ad assistere ad una lezione al parco urbano. Il Maestro mi mette un Jo in mano e dice: “Prova!”.
Non ho più smesso.
Dopo 20 anni di Yoga e Zazen credevo di essere discretamente fluida, centrata, “smussata”. Ma mi sbagliavo anche su questo.
La Pratica ha sviluppato in me una maggiore attenzione allo spazio circostante e a chi c’è intorno. Il corpo si è aperto “verso”.
Prevedo movimenti, mi sento più sicura nello spazio e con lo spazio. Percepisco chiaramente quando mi muovo come un pachiderma o come una farfalla, quando afferro nervosamente o prendo dolcemente contatto. Spesso riconosco il mio stato d’animo dal modo in cui mi muovo.
Sono l’unica donna del mio Dojo. Negli anni mi sono guadagnata nomignoli come la bergamasca, serial killer, tagliola, ruspa… È quasi inevitabile che la rigidità prenda il sopravvento quando devi misurarti con chi è strutturalmente più forte di te.
Un insegnamento significativo, però, è arrivato un paio di anni fa durante uno stage fuori porta. Francesca aveva una spalla dolorante, io un inguine strappato. Dovevamo praticare insieme per molte ore e, nonostante i nostri limiti, siamo riuscite a muoverci con un’ampiezza e una morbidezza inaspettate. È stato lì che ho capito che non serve la forza se impari a leggere il corpo.
Ma siamo tanti corpi… ed esistono infinite tecniche. Per questo sono giunta alla conclusione che è impossibile annoiarsi studiando l’Aikido. Perché non finisci mai di scoprire chi sei. Proprio come nello Zen.
Do: la parte sinistra del kanji rappresenta il movimento e quella destra la testa. Insieme simboleggiano sia il movimento nella stessa direzione della testa, ma anche il cammino dell’essere umano.
Taisen Deshimaru Roshi diceva che nelle arti marziali il Do non è un fine, ma l’esercizio stesso: “Seguire la Via significa essere in armonia con l’ordine dell’universo qui e ora“.




