di Sara Mancini
Musubi Dojo – Jiku ASD
Un giorno ho deciso di varcare quella porta da cui non sono più tornata indietro. Un giorno ho deciso di varcare quella soglia senza sapere che non ne avrei più potuto fare a meno. E niente è stato più come prima.
Mi sono affacciata al mondo delle arti marziali per la prima volta tre anni e mezzo fa, con in tasca una serie di esperienze di vita che mi hanno via via orientata a questa scelta, e rafforzato nel tempo la convinzione che fosse l’unica strada ragionevole che rispondesse alle mie esigenze. Esigenze di difendermi, di provare a costruire tra me e il mondo non una barriera dura, bensì una consapevolezza di come saper padroneggiare marzialmente il mio corpo in caso di pericoli. Di come saper “permeare” un’aggressione, dunque, senza restarne rigida, e senza altresì sapere che sarebbe stato un concetto cardine dell’Aikido che avrei sperimentato presto. Senz’altro portavo in tasca anche una grande manciata di curiosità per qualcosa che fino a quel momento non conoscevo in prima persona, ma di cui già sapevo in cuor mio di riporvi grandi aspettative e speranze.
Non essendomi perciò interessata prima di quel momento alle arti marziali, diedi prima una chance rispettivamente al Judo, al Karate e infine all’Aikido, per individuare quell’essenza di cui andavo alla ricerca, per capire quale fosse l’arte più “a misura” di me, che si confacesse meglio al mio metro e cinquantasette. Con l’Aikido tutto si è fatto più chiaro come avessi indossato degli occhiali dopo una vita di miopia. Ne ho scoperto ben presto il fascino: una dialettica fisica, una relazione tra due, uke e tori, attraverso una “danza” di movimenti circolari volti a squilibrare l’aggressore, uke, da cui, non sommati all’utilizzo della forza, bensì all’applicazione di leve articolari su spalla, gomito e/o polso, si ottiene il risultato e obiettivo fondamentale di neutralizzare l’aggressione, riportando uke a uno stato di neutralità con tori, e quanto più possibile di incolumità. Ciò che differenzia un’arte marziale come il Judo o il Karate dall’Aikido è che il combattimento che prevede un vincitore e un perdente, centrale nelle prime due, non è contemplabile nell’Aikido (cfr. Elena Gabrielli, L’Aikido possibile. Un passo sul tatami, 2000). Difatti nell’Aikido non esiste la competizione, e quindi gare, rispetto ad altre arti marziali, quanto invece collaborazione tra gli allievi che si allenano, dove chi attacca, uke, impara a cadere in una proiezione e chi difende, tori, a gestire l’energia. L’Aikido è quindi strutturalmente e soprattutto movimenti circolari, spirali, in un contatto – musubi – che si crea con l’altro attraverso uno scambio di energie che tori allinea o trasforma a uno stato di inoffensività.
Questo concetto base è il motore di questa mia passione che si autoalimenta in tutte le lezioni. Non cercavo una disciplina marziale incentrata sull’offesa, quanto una orientata alla non-violenza, concetto che il fondatore Morihei Ueshiba ne ha reso il cuore dell’origine spirituale dell’Aikido: una risposta non violenta alla violenza del mondo. Si educa quindi a una gestione del conflitto traslato al di fuori del dojo, con calma e lucidità per trovare soluzioni pacifiche alle minacce esterne. Da ciò ne deriva la cosa più preziosa che l’Aikido potesse trasmettermi: la sicurezza. Una sicurezza costante, con radici profonde, nella vita di tutti i giorni. Ho capito che non si diventa indistruttibili, ma si impara a diventare più consapevoli della propria forza, del proprio corpo, sfidando i propri limiti, superando le proprie paure, con la consapevolezza di poter padroneggiare ciò che si interiorizza dell’Aikido al di fuori del dojo.
Ciò che invece trovo particolarmente sfidante sta nel musubi. All’interno del contatto c’è un sentire profondo, privo di parole, ma vivo di sensazioni. Musubi è quindi affidarsi e fidarsi, di chi ti guida nei movimenti, spesso da un polso, e dunque non di meno di te stesso. È una combinazione silenziosa tra sentire e lasciarsi andare. È per questo che a volte mi è stato suggerito da sensei e senpai di chiudere gli occhi durante quei movimenti. Di questo, all’inizio del percorso mai mi sarei aspettata di esperire quanto l’Aikido scendesse nella profondità di un concetto così quotidiano, mettendomi alla prova e toccando corde importanti: la fiducia, in se stessi o verso gli altri, aldilà di ogni aspetto sportivo o marziale.
L’Aikido che è molte cose per me, faro quando è oscurità, sicurezza dove è paura, forza dove è fragilità, tenacia quando è debolezza. L’Aikido che “lascia passare”, defluire l’energia avversaria per poi servirsi della stessa per neutralizzare l’attacco e proiettare l’avversario. L’Aikido che va oltre l’aspetto marziale stesso, se si individua come interiorizzarne la filosofia orientale. L’Aikido che mi ha altresì fatto trovare degli amici. Come sempre in tutte le cose considerevoli e importanti, serve tempo, studio e costanza. Ma ho voglia, e con questa tutti gli ingredienti funzionano in armonia. Continuerò così, guardando ai miei maestri con la curiosità di un principiante e il rispetto di un discente, e con la consapevolezza che sia frutto di una crescita a piedi nudi, a cuore aperto.



