Il recentissimo seminario di ProgettoAiki a Palermo, organizzato dal Dojo Hikari, è stato un pieno successo. Va sottolineata la piena armonia tra insegnanti provenienti da ambienti e metodi diversi, che ha trovato risposta nella assoluta disponibilità dei praticanti ad accettare ogni loro proposta. Una cronaca dettagliata, accompagnata da un buon numero di foto, apparirà presto sui canali social della nostra associazione e vi verrà segnalata.

Un pieno successo dicevamo, per quanto sia arduo organizzare un seminario nelle isole. Anche questa volta non sono mancati scogli lungo il percorso, ma superabili e superati. Buona parte del merito va senzaltro attribuito al prezioso contributo dello sponsor dell’evento, wearecohost.it. Si tratta di una giovane azienda siciliana che opera nel campo della ospitalità, offrendo supporto sia a chi la offre, sia a chi la richiede intendendo visitare la Sicilia o soggiornarvi. Chiaramente una attività complementare all’organizzazione di seminari che attirino praticanti da altre parti d’Italia. E’ giusto quindi ringraziare pubblicamente il nostro sponsor, sicuri di poter ancora collaborare in futuro.

Ma apriamo ora un altro discorso. Non è da oggi che si parla di sponsor, per quanto la parola si imponga in tempi recenti e si pensi introdotta dal mondo anglosassone. In realtà lo sponsor era nell’antica Roma il garante che anticipava la cauzione richiesta alle persone citate in giudizio per assicurare la loro presenza in udienza.

L’importanza degli sponsor, ma anche invadenza per certi aspetti, è cresciuta esponenzialmente negli ultimi tempi. Lo scrivente ne era già un poco allarmato 30 anni fa, nel luglio 1993, quando scrisse un articolo di cui riporto alcuni passi, leggermente adattati al trascorrere del tempo. Venne pubblicato nel numero 1993/2 della rivista Aikido pubblicata dall’Aikikai d’Italia.

Spesso nelle discussioni del dopo allenamento esce fuori la formula magica: Se avessimo uno sponsor! E giù sognando: raduni megalattici in isole tropicali, trasmessi in diretta da Netflix, con ragazza sculettante o ragazzo palestrato che girano per il tatami dopo la spiegazione del maestro, mostrando il cartello Shihonage o Prima Tecnica. La fine insomma di tutti i mali del mondo.

Pensavo proprio a questo la mattina che il Tour de France è passato sotto casa mia a Bruxelles. Verso le 9,30 di mattina: due ali di folla schierate ai lati del lungo rettifilo attendono che dalla curva lontana appaia l’Evento. Passano a folle velocità Fiat Croma ricoperte di scritte pubblicitarie (Fiat è sponsor…) seguite da migliaia di sguardi ammirati e commossi; i piloti, soli a bordo, serissimi e compresi della loro Alta Missione.

Si agita la curva: si preparano telecamere fotocamere e registratori [lo so, state per ricordarmi che ho dimenticato gli smartphone: ma non c’erano nel 1993]. Abbaiano i cani, la folla saluta ed applaude. Sbuca una lunga teoria strombazzante di automezzi a forma di salamino, di scatola di biscotti, di bottiglia di birra, di dentifricio, di panino con wurstel ecc., ricoperti di scritte inneggianti al fornitore ufficiale di stuzzicadenti (carte di credito, cassette video, orologi, lacci di scarpe, pillole per il mal di testa, bibite alcoliche, analcoliche, reintegratori fisiologici, aranciate, gelati, pop-corn…); gli occupanti si sporgono dai finestrini benedicendo la folla plaudente. Ad intervalli regolari di circa 5 minuti si susseguono altri cortei.

Ma è solo alle 11,30 (lo scoprirò la sera in televisione) che dal palazzo reale si darà il via alla corsa. Verso le 11,30 infatti gli automezzi cominciano a segnalare l’arrivo dell’Evento per le 11,45. Infittirsi dei passaggi di Fiat & Salamini. Alle 11,43 passa un auto lampeggiante che trasmette a tutto volume l’apertura della quinta sinfonia di Beethoven: Il Destino Batte Alle Porte. Ah, non avete presente? Lasciamo perdere.

Alle 11,45 in punto (Ferrovie e Poste italiane, prendano nota), Signore e Signori, l’Evento: un muro di motociclette rombanti e lampeggianti, con a bordo gendarmi, poliziotti, vigili, cameramen, giornalisti e servizio d’ordine, nasconde la strada. Dietro la nuvola maleodorante da loro lasciata sbuca all’improvviso e passa frusciando un nugolo di giovanotti in bicicletta dall’aria sfaccendata, avvolti in costumi con colori da incubo. Il loro passaggio dura circa sei secondi.

Segue un migliaio circa di Fiat cariche di biciclette, trainers, massaggiatori, giornalisti ed addetti vari ai lavori. L’Evento à finito, andate in pace. Permettete una critica (costruttiva, lo giuro): possibile che non si sia trovato modo alle soglie del XXI secolo di eliminare anche quegli inutili ultimi 6 secondi? Ma ci vuole proprio l’Evento per ottenere uno sponsor? Urge un referendum per la soppressione degli Eventi e la liberalizzazione degli sponsor. Chi vuol firmare mi faccia sapere.

Nella immagine presa in rete una partenza del Tour de France da Parigi

Terminato questo personale revival, veniamo al giorno d’oggi, in pieno XXI secolo. Ma gran parte di quello che leggerete è ancora quello che era già stato scritto 30 anni fa. Traetene le conclusioni che riterrete più oppportune.

Non si spiegherà che viviamo in una società in cui tutto si paga, ognuno ha gli occhi per vedere: i costi di qualunque attività di gruppo senza fini di lucro sono montati vertiginosamente grazie anche al completo disinteresse se non ostruzionismo degli organismi pubblici. La partecipazione ad un raduno è ogni giorno più proibitiva, soprattutto per le spese di viaggio vitto ed alloggio: la quota di partecipazione può essere la goccia che fa traboccare il vaso, ma da sola non incide molto.

La società di cui – volenti o nolenti – facciamo parte può dare supporto? Ci si può attendere dalle autorità solo la concessione gratuita o a prezzo ragionevole dei locali, ammesso che non siano occupati da incontri di qualunque attività agonistica, anche se spesso coinvolgenti un numero relativamente basso di praticanti in confronto a un raduno di aikido di media importanza.

Uno sponsor privato? Potrebbe dare un supporto concreto: Ma se a prezzo di finire in un carosello pubblicitario come quel lontano Tour de France, fatte naturalmente le debite proporzioni, è difficile che ne valga la pena. In quel lontano articolo ricordavo però anche un esempio positivo:

La All Nippon Airways in occasione del raduno Europeo di Bruxelles del 1992 ha organizzato e finanziato il viaggio andata e ritorno dal Giappone per i rappresentanti dell’Hombu Dojo intervenuti. Durante l’effettuazione del raduno ha dimostrato cortesia, disponibilità ed efficienza, ma soprattutto rispetto verso l’aikido, mettendo bene in chiaro il proprio ruolo di strumento, senza dare mai l’impressione di considerarsi il fine dell’evento. Sarà perché sono giapponesi…

Io credo che anche “da noi” non sia impossibile poter lavorare in armonia con uno sponsor: lo ha dimostrato wearecohost.it, che ringraziamo di nuovo. Certo occorrerà selezionare i propri sponsor con ogni cura, chiarendo sempre tempestivamente il tipo di collaborazione richiesta, evidenziando cosa si offra e cosa si chieda, e soprattutto garantendo il massimo rispetto verso lavoro di entrambe le parti in causa. Evitando anche il mero sospetto di potersi ritrovare in un seminario di Aikido che dia l’impressione di mero pretesto per dare visibilità a uno o più sponsor.

Paolo Bottoni

In questa ultima immagine, anchessa proveniente dalla rete, come viene presentato al pubblico l’evento che abbiamo preso come esempio.