di Cristina Mameli – ASD Shobuaiki

Ci si riferisce spesso all’Aikido come Arte della relazione. Ha trattato ampiamente questo tema anche Gianmarco Olivè nel suo libro “Aikido. L’Arte della relazione”. È un argomento che mi interessa molto.

Al di là dell’esecuzione delle tecniche, la cui precisione non è mai raggiunta fino in fondo e necessita di una vita per essere assimilata, dopo diversi anni di pratica ciò che desidero approfondire è proprio l’Aikido come possibilità di relazione.

Quando eseguo una tecnica posso scegliere in che modo relazionarmi. Entro in modo deciso? O voglio essere morbida e fluida? Mi lascio sopraffare dall’altro o mantengo il centro?

Soprattutto, mi rendo conto del tipo di relazione che ho instaurato con il mio compagno di pratica?

Voglio andare oltre nel discorso. Quello che mi interessa ancora di più è comprendere come questa modalità di relazione venga portata, da me, nei vari contesti di vita al di fuori della pratica sul tatami.

L’Aikido diventa uno specchio di ciò che voglio essere nella vita.

Riesco a mantenere il centro quando discuto? Rimango morbida e fluida anche di fronte a un collega che mi disturba, o perdo il controllo? Con il mio superiore come mi muovo? Riesco ad interloquire con apertura, come faccio sul tatami, o in quel caso mi lascio sopraffare?

Per me l’Aikido rappresenta una bussola capace di orientarmi nelle mie interazioni quotidiane. E c’è un rapporto circolare, dove non c’è inizio né fine ma solo continuità, tra ciò che vivo sul tatami e ciò che applico nella vita.

L’Aikido è sorprendente.