Il terzo tempo dell’aikido
di Filippo Graziano
Shisei Racconigi ASD
Il viaggio verso Parigi è durato nove ore.

Nell’auto, siamo insieme, in quattro: il presidente di PA Christian Andreotti, Patrizia Corgiat, Nino Dellisanti ed io. Una destinazione chiara, uno stage atteso.
Ma già prima di partire era evidente che non si trattasse di un semplice appuntamento tecnico.
Durante questi tre giorni si è parlato di aikido. Molto. Forse solo di aikido.
La compagnia, i pasti accompagnati da una buona birra aiutavano, certo, ma era soprattutto la passione a muovere le parole, i silenzi, i tempi condivisi. Ed è proprio in quei momenti, spesso marginali rispetto alla pratica formale, che è emersa con forza una sensazione comune: oggi, nel mondo dell’aikido, manca qualcosa che un tempo era naturale. Quello che potremmo chiamare il “terzo tempo”.
Uno spazio non codificato, ma essenziale. Un tempo in cui parlare di aikido con chi ne condivide il sudore e le gambe indolenzite. Occasioni che un tempo nascevano spontaneamente e che oggi faticano a trovare forma.
Forse ci sarà modo di tornarci sopra. Per ora resta un pensiero lanciato, come un amo, nella speranza che da più parti nasca il desiderio condiviso di ricreare spazi di pratica fatti non solo di tecniche, ma anche di confronto: momenti capaci di nascere, crescere e rimanere
indelebili.
Ma veniamo a noi.

Partecipare a questo stage era, in effetti, una missione.
E si può dire con tranquillità che la missione sia stata compiuta. Grazie alla disponibilità del Maestro Tissier e della Maestra Yoko Okamoto, ma anche grazie al lavoro portato avanti negli anni dalla delegazione del ProgettoAiki.
Un lavoro fatto di relazioni costruite con pazienza, che oggi permette non solo di incontrarsi, ma di confrontarsi e di immaginare un percorso futuro condiviso con la Sensei e con i membri della FFAAA.
Nonostante le difficoltà, il ProgettoAiki continua a muoversi con una visione chiara di cosa significhi abitare l’aikido nel XXI secolo: riconoscere le sfide, usare gli strumenti disponibili, costruire risultati nel tempo, insieme.

A volte accadono cose particolari.
In apparenza sembrano eventi improvvisi, ma in realtà sono il frutto di un lavoro lungo, silenzioso. Accadono solo quando una disciplina riesce in qualcosa di raro: non rappresentare se stessa, ma diventare espressione di un movimento più ampio.
È in questo contesto che aikidoka di tutto il mondo si ritrovano a riconoscere e apprezzare Yoko Okamoto Sensei.
Non è questo il momento per parlare del suo ruolo istituzionale o delle responsabilità che porta con sé. È invece doveroso parlare della sua statura tecnica.
Una presenza costante. Una dedizione senza risparmio. Una generosità che ti folgora.
Yoko Okamoto è una di quelle insegnanti che dà tutto e chiede tutto. Ed è forse per questo che, dopo averla incontrata, è difficile restarne indifferenti.

È difficile non voler partecipare a un suo seminario. È difficile pensare a Kyoto senza portare con sé il keikogi.
Per chi l’aveva già incontrata in passato, essere a Parigi aveva anche questo significato, mai dichiarato apertamente: che bello condividere di nuovo il tatami con questa Sensei. Che bello fare aikido.
Non lo abbiamo detto. Non ce n’era bisogno. La missione associativa, costruita negli anni, era chiara. Ma il corpo lo sapeva già.
E così, insieme a un numero impressionante di praticanti, ci siamo ritrovati a lavorare in condizioni tutt’altro che comode. Poco spazio, tanta densità.
Ma quando l’energia è reale, quando la voglia è condivisa, anche cinquecento e più persone possono lavorare duramente col sorriso e una marzialità rara. Un’impresa possibile solo grazie alla guida di una grande tecnica.
È stato, senza dubbio, un altro seminario di grande valore.
Non aver mai avuto occasione di essere diretti dalla Sensei Okamoto è qualcosa che chi ama davvero l’aikido non dovrebbe concedersi di perdere.
Grazie Sensei Okamoto, a presto.
A molto presto.




