di Paolo Narciso

Ci sono molti modi per intendere la pratica dell’etichetta e molte maniere diverse di applicarla. Queste differenze derivano dalle tradizioni che hanno influenzato i vari insegnanti durante la trasmissione delle discipline marziali. Tuttavia, le molte maniere non si devono confondere poiché nella pratica del rei, più importante della gestualità, è lo spirito che la muove e la anima.

Nei dojō tradizionali rei-ho determina l’inizio e la fine di ogni lezione. Può significare, comunque, molte cose diverse: l’entrata e l’uscita da un campo di battaglia o l’inizio e la fine di una pratica sicura in un luogo di pace, o comunque che si propone di essere tale.

L’etichetta in un dojō è insieme rispetto, concentrazione e garanzia di incolumità per tutti i praticanti; questo vale ancora di più quando si tratta di pratica con le armi. Molti, tuttavia, considerano oggi l’etichetta superflua e in questo modo svuotano di senso i gesti e, in qualche misura, la pratica stessa del budō. Bisogna fare una considerazione di fondo: se il metro di giudizio che operiamo su ciò che facciamo riposa solamente sulle necessità, l’utilità o peggio l’attualità delle azioni allora non possiamo praticare alcun budō.

Le “arti marziali”, o così dette, non sono “necessarie” alla vita dell’individuo e anche la loro utilità è assolutamente dubbia nella società attuale e nel “regno” delle armi da fuoco. Ancor più, i suoi gesti e rituali antichi sono quanto di più distante dalla modernità. Tuttavia, modernizzare, attualizzare il budō non può significare epurarlo da tutte quelle parti di esso che riteniamo “ornamentali” o inutili al fine “marziale”. In particolar modo non può significare prescindere dal rei-shiki.

L’attualizzazione del budō, inevitabile e auspicabile, è una riappropriazione della tradizione che può essere letta attraverso significati più moderni e vicini alle nostre necessità. Consiste nel dare senso e significato nuovi a gesti antichi, perpetrando uno spirito della disciplina che nella forma resta legato alla tradizione ma nei contenuti si evolve attraverso il tempo e le società.

Quindi cosa fare del reishiki? Da un punto di vista didattico è bene che l’insegnante di un dojō scelga (o trasmetta) un reishiki concreto e sempre uguale a se stesso e che, in quel dojō, tutti si uniformino a quel sistema. È consigliabile che il reishiki sia il più semplice, immediato e razionale possibile per poter essere trasmesso e replicato velocemente. Potremmo dire che l’etichetta è per il dojō quello che in un orchestra è il primo violino: dà l’accordatura e l’armonia a tutto l’insieme.

Nel reishiki entrano in gioco quattro elementi, gli stessi che sono presenti ovunque nella pratica e, a ben vedere, nella vita.

il kamiza dell’Hombu Dojō di Tokyo

A) Kamiza

Ovvero il luogo degli “dei”. E’ il posto di onore sul lato shomen dove risiedono le radici storiche e spirituali della pratica che ci si accinge a fare.

Il kamiza contiene una immagine del fondatore dell’arte o una calligrafia che racchiuda i principi della disciplina.

Nella vita questo è “senso del sacro” che può anche non avere nulla di religioso ma che è fondamentale per non vivere una vita egocentrata.

 

 

 

B) Dojō

Ovvero il luogo dove si pratica la via.

E’ il luogo della pratica in senso stretto ma anche, in senso più lato, lo spazio sociale che condividiamo con gli altri e che è formato dall’insieme di regole che, entrando, accettiamo (dojōkun).

Nella vita è il mondo o i mondi (lavorativo, familiare, ecc.) che condividiamo con gli altri.

 

 

 

 

C) Gli altri

I quali sono parte fondamentale della pratica e senza i quali non c’è dimensione relazionale.

Tra gli “altri” esistono, come in ogni società, differenze e gerarchie che ci ricordano ogni momento non tanto chi sono loro ma chi siamo noi, a che punto del cammino ci troviamo e quali doveri abbiamo nei confronti della pratica.

Così mokurokun (istruttori) sempai (allievi anziani) yudansha (graduati) e il sensei (maestro) sono una griglia umana che determina automaticamente il nostro posto nel mondo.

Nella vita è la società di cui facciamo parte

 

D) Le armi

Sono parte fondamentale della pratica e custodiscono la tradizione tecnica dell’arte.

Sono strumenti di evoluzione personale e tecnica e trasferiscono al mondo il nostro modo di praticare l’arte. Non sono assolutamente attrezzi ginnici, e meritano il nostro rispetto come se fossero esseri viventi.

Vivono infatti attraverso la tradizione che trasmettono e la pratica che permettono.

Nella vita è la cultura e lo sforzo verso la conoscenza e la capacità di “leggere” la realtà.

 

In un aikidō che troppo spesso si svuota di contenuti tecnici, la perdita del contatto con l’etichetta crea un vuoto ancor più minaccioso perché ogni aspetto che rende questa straordinaria arte una potente metafora della vita e dell’esistenza viene impoverito e, soprattutto oggi, abbiamo tutti un disperato bisogno di recuperare il “senso delle cose” non potendone quasi mai controllare il corso.

 

Paolo Narciso
Dojō Shochibukai Roma