Ovvero cosa può insegnarci – ancora – il mito di Teuth

(e qualche doccia gelata).

Vi ricordate l’odore del tatami? E la sensazione del primo contatto dei piedi nudi sul tappeto, dopo magari una lunga giornata di lavoro o di studio? La prima caduta della sera, quella che ha sempre il sapore del primo boccone di un buon piatto, che ci fa dire “aah, che buono!”? E la doccia calda dopo la pratica (o ghiacciata, quelle volte che la caldaia era in blocco o rotta), la birra fredda con i compagni di tatami prima di tornare alle proprie case e quella piacevole stanchezza dolente del corpo che si è dato con forza e gioia?

Io lo ricordo, lo sogno a volte. Mi manca, tutti i giorni. Nulla di quanto possa accadere in rete può affievolire questa nostalgia del contatto. Eppure, come tutti, navigo nel mare dei video e degli articoli, tra le pagine dei social network, per continuare a sentirmi “connesso” con tutto questo.

E a volte, come molti, come ora, scrivo o posto un contenuto, un video, per comunicare, per mantenere vivo un dialogo. C’è chi lo fa per non essere dimenticato, altri per paura di dimenticare. D’altronde è così che l’uomo ha sempre fatto, ha scritto per tramandare e la scrittura, dacché è stata scoperta, è servita per imprimere su un supporto la nostra storia, i nostri pensieri, a volte il nostro quotidiano o i nostri ricordi.

In questo strano e inedito momento della nostra esperienza nel quale le possibilità di contatto e confronto diretto si vanno contraendo esponenzialmente, i social network provano a diventare tatami virtuali, piazze virtuali per permetterci di continuare a “praticare” la nostra arte e a restare in contatto con il “nostro” mondo. Ma siamo sicuri che tutto questo sia senza conseguenze?

Non parlo della degenerazione dell’uso delle piattaforme social che sono ormai diventate in larga parte il ricettacolo delle peggiori frustrazioni individuali trasformandosi da palcoscenici a palchi osceni sui quali si spertica incontrollato un narcisismo a tratti fastidioso, a tratti violento. Di questo se ne parla, per fortuna, già ampiamente e in molti vediamo con chiarezza che i social stanno diventando lo specchio della vita, ma in peggio.

Parlo di un pericolo più sottile e profondo: il pericolo di affidare ad un mezzo (video, videolezioni, classi virtuali, etc.) qualcosa che va ben oltre quello che il mezzo stesso può contenere. Il pericolo di pensare di poter veramente “imparare” qualcosa attraverso un filmato. Il pericolo di pensare di poter giudicare e valutare il lavoro di un altro attraverso un filmato. Il pericolo di ridurre tutto ciò che gli antichi chiamavano “sapienza, a ciò che capiamo attraverso lo schermo e che altro non è che mero conoscere qualcosa.

Perché sapienza deriva da sapere e l’etimologia della parola sapere è straordinariamente importante. Sapere deriva dal latino sàpere, avere sapore, odore. Qualcosa che sperimentiamo direttamente, intimamente. Qualcosa che dona sapore all’esperienza diretta, la rende sapida, sempre la stessa radice di sapere e sapienza, non a caso quando si dice comportati “cum grano salis” si intende comportati in modo intelligente. Per inciso “conoscere”, invece, deriva dal verbo latino cognoscere e dal greco ghignosko che ha la sfumatura di sapere ma anche di essere di parere, giudicare, decidere, stabilire, sentenziare condannare.

Il pericolo è quello di diventare spettatori e ancor peggio giudici di un mondo insapore e inodore che raggiungiamo con estrema (forse eccessiva) facilità al di là di uno schermo bidimensionale, solo perché l’informazione ci arriva in full hd. Se ci abitueremo a tutto questo, tra poco non ricorderemo più l’odore delle esperienze e degli altri esseri umani. Forse alla fine dimenticheremo anche il nostro, preoccupati solo di come dobbiamo farci vedere dall’altra parte di uno schermo o di quanto possiamo archiviare di noi stessi nei gigabyte di un server in qualche remoto luogo sconosciuto anche a noi. Infatti più questa situazione di distanza dal tatami aumenta, e di conseguenza dimentichiamo il sapore/sapere dell’esperienza, e più i social si riempiono di “conoscitori” dell’aikido, pronti a sentenziare, giudicare, condannare.

La situazione si fa preoccupante. È una preoccupazione, la mia, non originale. È già accaduto che qualcuno si ponesse il problema.

Sul finire del “Fedro”, Platone affronta uno spinoso argomento: il valore della scrittura. Intendiamoci, non solo delle cose scritte ma proprio del mezzo in sé, dei segni che tendono o pretendono a rappresentare il reale e a comunicare il sapere.

 

 

 

 

 

Ce ne parla con il mito di Teuth. Teuth, una ingegnosa divinità egizia, si recò presso re Thamus, allora sovrano dell’Egitto, per sottoporgli le proprie invenzioni, consigliandogli di diffonderle presso il suo popolo, che ne avrebbe tratto grande giovamento.

“Arrivato alle lettere dell’alfabeto, Theuth disse: “Questa conoscenza, mio re, renderà gli Egiziani più sapienti e più capaci di ricordare: memoria e scienza hanno trovato il loro farmaco”.

Il sovrano commentò così l’entusiasmo del dio:

“Tu che sei il padre delle lettere, per troppa benevolenza hai attribuito loro effetti contrari a quelli che hanno. Questa conoscenza infatti farà calare l’oblio sulle anime di chi l’apprende, trascurando l’esercizio della memoria; perché confidando nella scrittura non eserciteranno più la memoria dall’interno di se stessi ma dall’esterno, da caratteri estranei: hai trovato insomma un farmaco non per la memoria ma per richiamare alla memoria”.

Ora, immaginiamo di essere il dio Teuth che va in visita alla corte di O-Sensei e con entusiasmo gli diciamo: Guarda quanti bei video su Youtube e come e quanto si parla della tua arte su questo meraviglioso Social Network, attraverso i filmati e le zuffe abbiamo trovato il farmaco per l’ignoranza circa l’Aikido” Quale sarebbe la risposta che il nobile Morihei ci darebbe?

Che torni presto per noi tutti l’odore del tatami e qualche imprevista doccia gelata.

 

Paolo Narciso
Dojō Shochibukai Roma