Ma vengo al patrocinio spirituale. Il Maestro difficilmente approccia spiegazione sugli aspetti definibili come spirituali. Non certamente trent’anni fa. A quei tempi solo ed esclusivamente pratica, pesante pratica, estenuante pratica. Ma, come spesso accade, non parlare di qualcosa ne testimonia la presenza profonda. Il problema è coglierla, se lo si vuole. Con la continuità del rapporto ci si rende conto del rigore di un percorso personale del Maestro e del fatto che ogni proposta contiene dei principi che non sono tecnici, ma che possono essere letti, in essenza, come morali, cioè che riguardano il valore dell’azione dell’uomo! Il Maestro Tissier, da molti, viene visto come una macchina, macchina che cinicamente procede su una linea iper tecnicistica. Questa lettura è diffusa, oserei direi confusa, anche tra coloro che lo seguono ma che sono, semplicemente, giovani e ancora non hanno avuto modo di riflettere sulla propria pratica. Questo dà luogo a fenomeni che forse hanno reso statico un lavoro, troppo centrato sull’esecuzione e meno sulla relazione. Responsabilità del Maestro? Forse, ma sinceramente non credo. Il Maestro Tissier nel suo non esplicitare la dimensione morale (spirituale) mostra, dal mio punto di vista, una grande attenzione al rispetto del libero pensiero di ogni praticante che segue un suo corso, seminario. Non c’è proposta specifica perché la si deve scoprire e non è il maestro a metterla in vetrina. La ricerca del gesto puro è di per sé una scelta di vita, lo spirito di ricerca che dimostra è autentica e travalica la forma dell’esecuzione… non è un seguire il mercato, è un’offerta. Questo per limitarmi ad un paio di considerazioni, ma è evidente che anche nel suo dimostrarsi “fragile” nell’attuale condizione fisica è presente un pensiero critico verso qualcosa che ci appassiona, ma che ci trasforma e non necessariamente in meglio…

Come mi ha influenzato? Credo di averlo detto. Ho avuto modo di decidere se il modello era alla mia portata, se mi interessava e, prendendo consapevolezza dei miei limiti mi ci sono potuto ispirare in modo personale, originale. Oggi so fare i conti con il mio immenso ego, la mia immodestia, la mia visione assolutistica… il che non significa che sono migliore, solo consapevole. Ci provo a trasmettere questa consapevolezza nella mia pratica… non sempre ci riesco.

CHIERCHINI
Hai iniziato a insegnare nel 1989, e le attività con i bambini ti hanno da subito visto in prima linea. Puoi raccontarci come si è evoluto il tuo sistema didattico in relazione all’insegnamento dell’Aikido per i più giovani?

DELLISANTI
Nel nostro paese la pratica dell’Aikido verso i bambini ha visto differenti fasi. In passato i praticanti più piccoli sono stati guardati con sufficienza. Attività da lasciare alle donne o a giovani inesperti in didattica, per farsi le ossa e per alimentare le casse dell’associazione… (qui si potrebbe aprire una parentesi sul machismo dell’Aikido ma sarebbe troppo lungo). Piano piano le cose sono cambiate e a questo proposito molti sono stati i pionieri di un cambiamento. A Torino mi vengono in mente Mimmo Zucco e Piero Villaverde, attori fondamentali di questo percorso specifico dedicato ai giovani praticanti. Sono certo che ve ne siano altri, a Torino e nel resto d’Italia, solo per mia ignoranza non ne ho conoscenza approfondita. Mi scuso con loro.

Il mio primo approccio con l’insegnamento è stato con i bambini… per le ragioni di cui sopra… Ero un giovane che aveva tempo e interesse. Insegnare ai più giovani è difficile, molto difficile, e passai attraverso errori e fraintendimenti del ruolo dell’insegnante. Anche in questo caso, ad un certo punto, ho avuto un incontro illuminante. La Francia è ricca di esperienze che affrontano la formazione all’insegnamento e, ancora una volta, mi misi a macinare chilometri (sudore e chilometri erano la precondizione… oggi non è più così… per fortuna! O per sfortuna?) arrivando a conoscere Jean Michel Merit: un grande insegnante per bambini (non solo ovviamente). Grazie a lui ho capito che tutto ciò che non riuscivo a far fare ai miei giovani era dovuto alla mia impreparazione. Non si trattava di addossare una incapacità ai miei praticanti, ma piuttosto di ricercare una formazione che mi avvicinasse a loro. Un giovane praticante può arrivare a fare tutto ciò che hai progettato di fare… devi solo (?) trovare il linguaggio giusto, adatto, la relazione corretta e un obiettivo da perseguire. Per me l’obiettivo è diventato la restituzione. È un obiettivo che prevede un agire del corpo ma anche, se non soprattutto, un agire civico. Viviamo nella parte fortunata del mondo. Anzi, viviamo nella parte fortunata della parte fortunata del mondo. I nostri giovani devono arrivare a comprenderlo attraverso una azione che è necessariamente educativa, sui valori, sulle regole.

Se interroghi un bambino su cosa sia il rispetto di una regola lui risponderà che è finalizzata all’essere educato, un bravo bambino… se gli fai notare che invece una regola è finalizzata alla sua sicurezza si apre un mondo dove il rispetto delle regole è cura di sé e cura degli altri! Un patrimonio di consapevolezza, per i giovani e per l’insegnante. Tutto ciò attraverso una pratica fisica interpretando le azioni della nostra disciplina… Credo che O Sensei sarebbe d’accordo.

Sono passato, quindi, da uno stadio in cui la lezione con i bambini mi creava ansia di prestazione ad uno in cui la lezione è diventata semplice, un divertimento, un divenire. Oggi questa consapevolezza, del valore del dedicarsi ai più giovani, ritengo sia diffusa. Penso che i casi in cui l’Aikido per bambini sia utilizzato per riempire uno spazio di un dojo siano, oggi, pochissimi. In virtù di questa crescita collettiva l’Aikido è più conosciuto anche tra gli adulti. genitori, parenti, insegnanti delle scuole e… psicologi dell’età evolutiva.
La considerazione di questo aspetto della pratica tra gli insegnanti di Aikido nel loro complesso ritengo sia cresciuta di molto e però vero che molto si può ancora fare.

CHIERCHINI
Dopo oltre 30 anni di insegnamento, quando ti fai la barba al mattino vedi un maestro o un insegnante?

DELLISANTI
Vedo una persona. Il termine Maestro mi piace solo se chi lo usa per definirti tale lo fa con un pizzico di ironia. Faccio un esempio. Sono stato fotografo professionista in ambito pubblicitario. Se hai l’occasione di lavorare in uno studio a noleggio, ad esempio per una campagna pubblicitaria di automobili, ci saranno cinque o sei assistenti dello studio a noleggio che ti daranno una mano a sistemare luci, pannelli e quant’altro. Ecco, ognuno di questi ti chiamerà maestro ogni volta che si rivolgerà a te… ecco se capisci che ti sta prendendo per i fondelli, che lui ne sa quanto te e ti può precedere in ogni scelta che farai, se lo capisci e ne sorridi riuscirai a trovare il modo di esprimerti in modo personale e creativamente tuo. Se chi ti chiama Maestro ha questa ironia nel pronunciare la parola, ironia che mi stimola, che non mi fa prendere troppo sul serio, ecco che lo accetto. Ovviamente ironia non è mancanza di rispetto… ma deve essere rispetto per un percorso e non per la definizione.

Insegnante è un termine nel quale mi riconosco molto. Ho un dovere, la trasmissione di una disciplina. Oggi devo coniugare l’insegnante con l’essere Shihan, titolo che rappresenta uno stadio altro dal semplice insegnante. Per certi versi, essere Shihan è anche divenire consapevoli che si è di nuovo immersi nella pratica come praticante, ci si può, finalmente tornare a concentrare su di sé senza togliere nulla a chi condivide con noi il tatami, il dojo. Shihan è colui che ha una storia e gli è stato detto di raccontarla.