CHIERCHINI
Torino e il suo hinterland vantano una presenza in termini di dojo di Aikido quasi capillare. Quali sono i pregi e i difetti di operare in un’area in cui la cultura dell’Aikido sembrerebbe essere molto più sviluppata rispetto alla media nazionale?

DELLISANTI
In maggior misura vedo i pregi. Credo che nella quantità si sviluppi la qualità. Questo non vuole togliere nulla a situazioni geografiche con meno Dojo, intendo solo sottolineare come sia importante che chi sceglie il proprio luogo di pratica, il proprio insegnante, abbia modo di trovare la risposta soggettiva adatta al suo modo d’essere, a quella che costituisce la sua ricerca più o meno consapevole. Questo, anche se sembra strano, dà libertà all’insegnante, gli permette di seguire le proprie inclinazioni senza scendere a compromessi. Certo ci deve essere la consapevolezza che ognuno di noi è complementare e non esaustivo… a volte questo senso di insieme manca, ma è la situazione che ti mette di fronte a questo dato. Sta al singolo insegnante comprenderlo, oppure vivrà con fastidio quella che considera una concorrenza. Non credo che esista una vera concorrenza… Ognuno seleziona, più o meno consapevolmente, gli allievi. I propri. Chi viene da me, vuole me. Se cambia vuol dire che cerca altro e va bene così. Per quanto tu possa esserti affezionato ad una persona bisogna che costui sia libero di venire, andare ed eventualmente tornare. Le porte non sono mai chiuse. Per i progetti che svolgo nel mondo della scuola mi capita quasi sempre di operare lontano da dove opero con un dojo. Quando trovo qualcuno che vorrebbe andar oltre all’esperienza che la scuola gli ha offerto tramite mio, lo indirizzo ai dojo vicino e non certo al mio che il più delle volte è situato ad una distanza che si misura sempre in svariati chilometri. Spero che si trovi bene dove approderà… e anche questo è un criterio di selezione. Se è realmente interessato alla disciplina troverà il suo posto… altrimenti farà altro.

Il difetto in questa situazione dove vi sono molti dojo è che a volte questo può essere un alibi per ciò che non funziona. È così facile dare la colpa a concorrenti sleali etc etc… un po’ come la situazione del calendario degli stage di Aikido che è ormai sempre più affollato… una fortuna secondo me, una disgrazia secondo altri. Io non ho dubbi, chi non viene da me ha, come motivo, una mancanza di interessne per il sottoscritto e di certo la responsabilità non è sua. Non credo neppure di essere un concorrente per altri. Credo in praticanti come individui dotati di sufficiente consapevolezza da poter scegliere in serenità ciò che interessa e ciò che non interessa. Mi piace pensare che chi viene da me lo fa perchè interessato e non perché non aveva altra scelta… si potrebbe obiettare che se non si è particolarmente conosciuti difficilmente possiamo essere avvicinati dai praticanti. Bene, ognuno è libero di promuoversi come preferisce. Oggi è innegabile che i social permettono di raggiungere un pubblico molto ampio. Io li uso al minimo, intervengo alle discussioni raramente, non pubblico video, non richiedo a sconosciuti di darmi “l’amicizia” su facebook… non sono io che devo cercare praticanti. La locandina di un seminario è sufficiente… se non basta me ne farò una ragione. L’autostima non mi manca.
Il problema, vero problema, è che ci si concentra troppo su coloro che già praticano e si ignorano tutti quelli che potrebbero scontrarsi con l’Aikido e che nemmeno sanno che sarebbe la disciplina l’ideale per loro… esiste un pubblico per la nostra disciplina, quello che manca è una strategia collettiva per raggiungerli.

CHIERCHINI
Hai avuto e continui a coltivare una forte presenza nel mondo delle discipline armate tradizionali. Ti ci vedi sul tatami di Aikido, oggi, allo stesso livello che hai conseguito, senza gli input ricevuti dallo studio dello Iaido e del Jodo?

DELLISANTI
Domanda giustissima e acuta! No sono certo di no. Intendiamoci nulla di ciò che ha costituito le mie scelte formative è indispensabile. Parlo a titolo personale ed è a questo titolo che dico che ciò che ho ricevuto da Iaido e Jodo è veramente molto.

Il più delle volte si è trattato di ascoltare la spiegazione di principi che erano perfettamente sovrapponibili tra loro. Questo conferma di essere, o meno, interni ad un percorso che ha in principi comuni le sue fondamenta. Le azioni tecniche possono essere, e sono, molto diverse ma si tratta di riconoscerne il terreno comune senza incorrere in quello che per me sarebbe un errore: la contaminazione nella sua accezione peggiore. Studiare diverse discipline non può essere la risposta ad una insoddisfazione per una di queste. Proporre di mescolare i contesti è pericoloso, è mancanza di fantasia, mancanza di ricerca. Se in una lezione di Aikido parlo di spada è per sottolineare un principio, una analogia o una differenza, far comprendere che il fine ultimo delle diverse attività rimane la comunicazione.

Ma il francese è francese, l’inglese è l’inglese, e così via… mescolare le lingue può essere funzionale a crearne una nuova ma in quel caso bisognerebbe avere l’onestà di dirlo. Ma come il fatto di studiare il latino, o il greco, può fornirci strumenti per comprendere meglio il linguaggio moderno, così discipline affini possono arricchirci. Ho iniziato Iaido per esplorare l’oggetto nascosto (?) nell’immaginario dell’Aikido, la spada. Ho trovato risposte, le mie! Perché queste risposte siano trasmissibili bisogna avere le domande e capita di rado di sentirsele porre. Iniziare Iaido significava mettersi nei panni del principiante e questo mi piaceva. Poi con lo Iaido ho avuto modo di confrontarmi con il tabù delle competizioni… Inizialmente rifiutate e poi, una volta compreso che in ealtà ne avevo paura, affrontate! Ora mi è più facile spiegare l’assenza di competizioni in Aikido.

Ho raggiunto, per esami, perché questi non mancano mai, il V Dan. Ho provato il sesto è ho fallito. Il sapore è amaro ma ho anche capito che non era ora…. Poiché lo Iaido lo interpreto come “il lavoro per entrare in relazione con il proprio profondo” verrà il momento di riprovarci, ma non ora, non sono ancora maturo! Jodo: Qui le motivazioni sono legate alla possibilità di esplorare altre “Icone” dell’Aikido, Jo e Ken. Di nuovo la necessaria precisazione… nessun tentativo di mescolare linguaggi differenti. Anche qui la possibilità di trovare la similitudine dei principi, uno su tutti la ricerca dell’AIKI. E anche qui il tabù, affrontato, del mettersi in gioco nella competizione. Perché di questo si tratta: accettare di essere sconfitti senza alibi. E poiché pur essendo stato vicecampione europeo tre volte la realtà è che sono stato sconfitto. Ora non ho più necessità delle competizioni (la realtà e che non sono previste per i sesti Dan) e posso, anche in questo caso, preoccuparmi della restituzione!

L’Aikido le sue armi le coltiva da sé. Ed è originale anche in questo perché lo studio delle armi in Aikido non ha (o non dovrebbe avere) la pretesa di essere fine a se stesso ma piuttosto correlato al tai jutsu… e così mi piace praticarle.