CHIERCHINI
Come marzialista, ti consideri un conservatore o un innovatore? Dove ti posizioni nell’eterna diatriba tra tradizionalisti e sperimentatori?
DELLISANTI
Cos’è la tradizione? Tradizionale nel sistema giapponese (ma non solo) è che l’allievo superi il maestro… ma come fa a superarlo se non innova? Altrimenti sarebbe al massimo questione di abilità raggiunta che poco a vedere con tradizione e innovazione. Per me il discorso si esaurisce qui. Credo che la responsabilità di un alto grado sia quella di accollarsi la responsabilità di agire per rispondere alle domande dei tempi. Questo significa che qualunque scelta sia legittima? Non lo penso. Credo che ci sia bisogno di punti fermi. In questo senso la famiglia Ueshiba, nel suo ruolo, è il punto fermo che li vincola e che ci vincola. Credo che gli interventi del Dojo Cho durante la quarantena del covid siano stati magistrali! Due minuti in cui non accadeva nulla e per questo motivo ci si poteva rendere conto che accadeva tutto. Hai notato che nella litigiosa comunità dell’Aikido nessuno ha criticato questi interventi del Dojo Cho?
Voglio essere ottimista e pensare che tutti abbiano compreso che abbiamo visto l’essenza. Da lì si può partire, lì bisogna tornare! Tradizione e innovazione sono tutti interni a ciò che ci è stato regalato! Forse il messaggio di O Sensei tornerà ad essere attuale!
Quando lavoro nel mondo della scuola lo faccio all’interno di un progetto che coinvolge altre figure oltre la mia. Il progetto si sviluppa attorno alla mediazione dei conflitti. Coloro che lavorano con me sono Mediatori professionisti. Insieme abbiamo creato una sinergia accattivante di azione nel sociale… questo è il mio terreno di sperimentazione. Pensare e lavorare in team. È accaduto che persone inaspettate e in modo inaspettato hanno incontrato l’Aikido e ne sono rimaste colpite. Tanto basta per ora.
CHIERCHINI
Molti, troppi insegnanti di Aikido fanno solo Budo. A volte ci si chiede cosa davvero capiscano della realtà non marziale cui dovrebbero portare il marziale. Quali sono i tuoi interessi al di fuori del Budo? Come rimani attaccato al mondo che ti circonda senza lo schermo e la protezione di dojo, allievi e maestri?
DELLISANTI
Altra domanda molto stimolante. Non saprei dire se esiste o meno una dicotomia tra vita al di fuori del Budo e il tatami. Certo il dubbio del doversi porre la questione ci può essere. La sensazione, a volte, è che ci si sia fatti prendere la mano dalla messa in scena. Non do a questi termini (messa in scena) una connotazione negativa, anzi! La forza della nostra disciplina è la possibilità, se non necessità, di creare una messa in scena. Tutto ciò che accade sul tatami è il frutto della volontà di perseguire una relazione. Al di fuori di questo si va dalla lotta libera alla libera rissa. A volte sembra che la messa in scena prenda la mano e si sprecano parole su mondi (aikidoistici) fantastici.
O Sensei ha creato un sistema di difesa personale? O piuttosto ha tracciato un percorso che attraverso il sudore, le lacrime e aggiungiamoci il sangue, porti ad affrontare i conflitti? Non intendo il termine conflitto come negativo, ma come incontro. Lucrezio nel “De rerum natura” usa il termine “Conflixit” per indicare l’unione carnale di un uomo e una donna nel suo essere creativo! Unire, incontrare. Forma di intimità da cui non si esce né vinti né vincitori ma coglie l’ambivalenza della relazione.
Opto per la seconda interpretazione… o almeno per me è questa la scelta più naturale. Più che ai gesti di O Sensei guardo ad una possibile interpretazione del suo messaggio. Se questo ha un senso ecco che il pensare al quotidiano implica un agire. Non sono un esempio di virtù, per fortuna, ma torno al mio lavoro nel mondo della scuola e con i giovani. Di fronte ad una società che pare avvitata sul problema della sicurezza e del doversi difendere preferisco agire in modo anticiclico. Ai giovani parlo, parliamo, di come agire all’interno del conflitto: con il tenkan, l’irimitenkan, etc etc non per dissuadere ma piuttosto per prendere tempo, trovare un Ma Ai adatto, sentire il ritmo della relazione e andare verso questa! Certo esiste una inclinazione personale che indirizza i miei sforzi in questa direzione. Tutto questo è presente nei miei corsi adulti… senza forzature… ho, per l’appunto di fronte, persone adulte e consapevoli in grado di ascoltare e prendere ciò che serve. La cosa che mi fa un po’ sorridere è che tutto questo passa facilmente per una pratica all’acqua di rose dove mancherebbe il “RIAI”. Pazienza. Uno dei problemi della comunicazione interpersonale è il fatto che si giudica sulla base di poche e incomplete informazioni… da un dettaglio si pretenderebbe di ricostruire il generale da ciò che si dice o scrive dimenticando l’esperienza dell’incontro… e si viene giudicati senza appello. Ma il mio ego, enorme, non ne è particolarmente turbato. Altri ambiti dove porto me stesso sono stati a lungo coltivati. La fotografia è stata la mia professione ed è ancora capace di catturare la mia attenzione, la scienza e la storia sono da sempre luoghi dei miei interessi anche se non mi posso definire un profondo conoscitore dell’una e dell’altra. Lo sport attivo… pattinare, lo sci di fondo sono le cose che ancora oggi mi posso concedere senza correre rischi. Ultimi ma non realmente tali gli amici, selezionati, e la famiglia. Devo dire che il dojo, gli allievi, l’insegnare ho cercato, riuscendoci, di tenerli confinati a tempi e spazi precisi. Sono decisamente orso e tengo alla mia privacy.
CHIERCHINI
Il tuo cammino a livello organizzativo è stato alquanto tortuoso. Quanto ti ha aiutato l’aver sperimentato la partecipazione a diversi enti sportivi nel momento di concepire il ProgettoAiki?
DELLISANTI
Non so se lo definirei tortuoso. Inizio il mio cammino in federazione e solo dopo l’incontro con il Maestro Tissier, e dal momento che viene invitato in Italia per dare una continuità alla sua proposta didattica, aderisco a quella che si chiamava Lam Uisp e poi ADO Uisp. Fui coinvolto nella dirigenza del settore e ne fui per, discreto tempo, responsabile della formazione insegnanti. Tutto questo aveva il sapore e la sostanza di un pionierismo che si nutriva di “vero” entusiasmo. La storia del mondo Aikidoistico al di fuori dell’Aikikai d’Italia è complessa e meriterebbe un volume intero. Cercando di stringere diciamo che in Uisp forze relativamente giovani avevano avuto modo di fare esperienza nella gestione di un gruppo se non grande almeno molto significativo a livello nazionale. L’ADO Uisp, nella figura del suo presidente, in questo ha mostrato coraggio, concedendo fiducia a persone normali e si deve dire che anche l’accoglienza del corpo insegnante fu estremamente favorevole. La scuola quadri è stato il punto di forza di quegli anni capace di raccogliere interesse sulla base del rapporto sempre più solido con il Maestro Tissier. Tutto bene? Quasi. La formazione insegnanti perse di slancio e visto che ne ero il responsabile probabilmente devo darmi delle colpe. Chi ne fruiva cominciò a manifestare qualche insofferenza in primo luogo legata all’obbligatorietà della stessa e alle inevitabili difficoltà relazionali.
A causa di questo clima diedi le mie dimissioni in quanto ritenevo conclusa quella specifica esperienza. A questo punto penso che ognuno degli attori abbia le sue convinzioni per come la cosa si è poi sviluppata, ma il succo è che nel 2008 ci si divise e decidemmo di fondare ProgettoAiki. Punto fermo di questa organizzazione e che il legante doveva essere il piacere di praticare senza particolari obblighi, se non quelli di una organizzazione che applicasse lo statuto e il regolamento. Una assemblea nazionale annuale che legittimasse l’azione tecnica ma nessuna commissione tecnica o peggio che mai un direttore tecnico. Una rivoluzione. Che l’idea non fosse peregrina lo dimostrano gli attuali numeri e il fatto che si proceda ancora compatti e, in linea di massima, conservando i valori degli esordi. Un paio di difetti ProgettoAiki li aveva e li ha ancora. Primo fra tutti e che i tempi non erano maturi… eravamo troppo avanti. Dall’esterno nessuno credeva che potesse esistere una realtà che non vedesse a suo capo un direttore tecnico quindi nessuno, per lungo tempo, vi si è avvicinato temendo di ritrovarselo appiccicato addosso. Secondo difetto quello dell’identità troppo generica che ci ha fatto percepire come una organizzazione ombrello privo di un progetto comune di formazione tecnica. Ad oggi siamo sempre senza un direttore tecnico ma con tanti tecnici validissimi e sempre con il problema di dover giustificare la mancanza di un progetto comune di formazione tecnica. Di fatto siamo la cosa che assomiglia di più all’Hombu Dojo dove la pluralità del fare coesiste. Noi siamo così!
Credo che ci vengano fatte anche altre accuse. Tipo quella di aver consentito l’abbassamento del livello generale della qualità dei praticanti italiani! Troppo onore e troppa importanza. Può darsi che costoro non siano mai usciti dal nostro paese poiché è sufficiente frequentare qualche tatami nel mondo per vedere che, a meno che non si sia stati capaci di influenzare l’intero pianeta, il livello tecnico è omogeneo ovunque, con vette e pianure (non dico volutamente profondità). L’aver avuto il riconoscimento da parte dell’Aikikai di Tokyo è l’attuale condizione… e da lì altre azioni ci aspettano.



